Sport e infortuni, ecco cosa c’è da sapere sull’edema osseo
Sport e infortuni, ecco cosa c’è da sapere sull’edema osseo

Temperature sempre più miti, luce solare fino a ora di cena, solita ansia pre-estiva da prova costume. E allora via con jogging all'aria aperta, escursioni tra i boschi in bici, interminabili sfide scapoli-ammogliati a calcetto e via dicendo. Inevitabile, con l’attività fisica, un maggiore rischio di infortuni: distorsioni alla caviglia, contusioni, situazioni che possono provocare una trauma alle ossa. Benché sia un'esperienza frequente, non sempre il riassorbirsi del livido sulla pelle equivale alla risoluzione del problema. In caso di dolore perdurante, infatti, è possibile che ci si trovi in presenza di un edema osseo: “Si tratta di un accumulo anomalo di liquidi all'interno delle ossa - spiega il dottor Corrado Bait, ortopedico traumatologo dello Sport -. Non bisogna sminuire il dolore, campanello d'allarme che ci lancia il nostro corpo”.

Il bone edema “può derivare anche da problemi vascolari o da patologie auto-immunitarie, quali l'artrite reumatoide”, aggiunge lo specialista, e spesso si può incappare in una errata valutazione. Per diagnosticarlo, “è necessaria una risonanza magnetica attraverso la quale – prosegue l’ortopedico – è possibile conoscere le porzioni di osso interessate”. Prevenzione praticamente nulla: “Purtroppo non è possibile prevenire le cause che, nella maggior parte dei casi, sono la conseguenza di un trauma contusivo o distorsivo”. La cura? Dipende: “In molti casi l'edema osseo si riassorbe spontaneamente, tenendo a riposo l'arto interessato, applicando del ghiaccio. In altri, è necessaria una terapia conservativa con il supporto di farmaci o mediante l'utilizzo di campi elettromagnetici pulsati per scongiurare patologie più gravi, quali l'osteonecrosi: in questa ipotesi è indispensabile ricorrere a un intervento chirurgico”.

Gli studi sull'edema osseo, tuttavia, sono ancora in corso: “Qualche settimana fa – racconta Bait – insieme a un'equipe di ortopedici, reumatologi, radiologi e chirurghi, abbiamo voluto approfondire questa patologia che ognuno di noi, seppur con approcci differenti in base alla propria specializzazione, si trova ad affrontare. C’è la necessità di arrivare ad un quadro più chiaro della sua possibile evoluzione”.

 

Giovedì 6 Aprile 2017, 09:26
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